perché non mi piaccio
23 Luglio 2026

Tempo di lettura: 7 min'

Perché non mi piaccio? Cosa c’entrano Disney, i cattivi e lo specchio

La conosci la scena: sei davanti allo specchio e pensi “non mi piace il mio corpo”. E’ tutto un “troppo” o “troppo poco”: troppo seno, troppe gambe, pochi fianchi. Poi quel naso lì! Lo tiri all’insù per provare ad imitarne uno francese, provi a comprimere i fianchi per vedere come saresti più snella. Poi però ci pensi: “Perché non mi piaccio fisicamente?”.

La risposta, anzi, le risposte, sono molteplici. Ma la più vera, quella che accomuna tutte noi, è questa: non ti piaci per colpa di Aurora, Rosaspina, de “La bella addormentata nel bosco”.

Perché non ti piaci? In questo articolo ti darò una risposta: può piacerti oppure no, ma sicuramente sarà qualcosa che potrai usare per capire perché lo sguardo che rivolgi a te stessa non è così gentile e amorevole come meriteresti.

Tutto iniziò quando avevi più o meno 5 o 6 anni

È incredibile, ma questa parte accomuna tutte noi: che tu sia nata negli anni ’50, negli anni ’90 o appartenga alla Gen Z, questa frase riguarda anche te. Quel sentimento che provi quando ti guardi allo specchio ha origine da quando avevi più o meno 5 o 6 anni.

Ricorda un po’: è il 20 giugno, la scuola è già finita, non siete ancora partiti per le vacanze perché i tuoi genitori non sono ancora in ferie. Le tue mattine sono lente: ti svegli più tardi rispetto a quando andavi a scuola, non hai compiti, tua madre o tua nonna è in cucina e tu guardi una VHS o un DVD. Rigorosamente Disney, rigorosamente acquistato o affittato in quei negozi di videonoleggio di cui ormai è rimasta solo qualche insegna sbiadita.

E se quel 20 giugno appartiene agli anni ’50, ecco che il motivo per cui non ti piaci e che ti fa chiedere “Perché non mi piaccio fisicamente?” è legato anche a questi film.

Biancaneve, Aurora e Cenerentola: così belle che servivano dei doni fatati per renderle “reali”

Biancaneve con la sua terrificante Grimilde: ecco che Biancaneve è quella ragazzina, o meglio, quella bambina di circa 13 anni che già sogna, come un’adulta, il principe azzurro. Non c’è da meravigliarsi, data la cultura dell’epoca. Lei è piccola, minuta, con la pelle bianca come la neve e le labbra rosse come il sangue.

Ovviamente sa cantare: è incantevole anche con un abito di dubbia provenienza stilistica, i tacchi nella foresta e un mantello rosso. Di Biancaneve sappiamo molto poco, ma la cosa più importante è che sia la più bella del reame.

E Grimilde? Lei è bellissima, forte, risoluta, ma falsa. Quando deve mostrare la sua vera essenza crudele, deve per forza trasformarsi in una donna anziana dall’aspetto poco gradevole.

Passiamo poi a “La bella addormentata nel bosco”: anche qui, dopo aver visto il cartone che ha Aurora come protagonista, non puoi non guardarti allo specchio e dirti che non ti piace il tuo corpo. Perché non hai i capelli, le gote e la silhouette di Aurora. E Malefica? Anche lei è bellissima, forte e autonoma.

Sai che cosa hanno in comune queste due cattive? Sono donne forti, risolute, autonome e senza marito. Certamente belle, ma con qualcosa di oscuro: Malefica con le sue corna e la sua pelle verdognola, Grimilde con il suo aspetto cupo che poi cambia forma.

Bellezza sì, ma non quella conforme al canone estetico che, all’epoca, veniva assegnato alle donne. Donne che non dovevano soltanto essere belle, ma anche più a misura di grembiule e fornelli.

Effetto alone: quando la bellezza diventa sinonimo di bontà

Qui entra in gioco l’effetto alone: la tendenza ad attribuire a una persona qualità positive solo perché possiede una caratteristica che consideriamo desiderabile. Se qualcuno ci appare bello, per esempio, siamo più portate a immaginarlo anche gentile, affidabile, intelligente o buono.

È quello che viene definito anche stereotipo del “what is beautiful is good”: ciò che è bello viene percepito più facilmente come positivo. Al contrario, quando un personaggio ha un aspetto lontano dai canoni estetici, può attivarsi il cosiddetto effetto corna: una caratteristica percepita come negativa finisce per influenzare anche il giudizio sul suo carattere.

Disney ha utilizzato spesso proprio questi codici visivi. Le protagoniste belle, giovani e magre vengono associate alla bontà, mentre corpi grandi, nasi pronunciati, volti anziani o silhouette poco armoniose compaiono più frequentemente nei personaggi cattivi, comici o secondari.

E quando un personaggio femminile non rispetta il canone estetico? Spesso deve essere rappresentato come particolarmente buono, rassicurante o generoso. È il caso della Fata Smemorina di “Cenerentola” o di Flora, Fauna e Serenella ne “La bella addormentata nel bosco”: non hanno l’aspetto delle principesse, ma la loro bontà impedisce che vengano percepite negativamente.

Il messaggio implicito diventa così più complesso e insidioso: se sei bella, siamo portate a pensare che tu sia anche buona. Se non rientri nei canoni, invece, il tuo valore deve essere dimostrato attraverso altre qualità. Altrimenti, ecco che finisci nella lista dei villain Disney, come è accaduto alla Regina di Cuori di “Alice nel Paese delle Meraviglie”.

Anni ’80 e ’90: canoni di bellezza oltre misura

Se invece sei come me, una bambina cresciuta negli anni ’80 e ’90, ecco che i tuoi canoni di bellezza ancora oggi ricordano i giochi con cui siamo cresciute e i cartoni che guardavamo. Barbie con vitini da vespa, principesse fantastiche e magrissime. E i cattivi? Oh, quelli sì che erano assolutamente da non prendere come esempio.

Ariel, la principessa Disney perfetta: bella, magra, con i capelli rossi e gli occhi azzurri.

Ursula? Grassa, con un evidente queer coding — sapevi che il suo aspetto è stato ispirato dalla drag queen Divine? —, il naso aquilino e la gobba. Mostra il proprio corpo come, secondo quei codici visivi, non dovrebbe fare, perché no: lei non potrebbe permetterselo.

Dovrebbe guardarsi allo specchio e dirsi “non mi piace il mio corpo”. Invece lo mostra, lo muove e addirittura lo elogia. Quindi? Villain.

Pocahontas e John Smith sono belli, bellissimi, in contrapposizione con il cattivo John Ratcliffe, che invece ha un aspetto che non rientra nei canoni estetici di quei decenni.

Quindi? Capelli perfetti, viso angelico, corpo magro, ma non troppo. Altrimenti non potevi sognare di diventare una principessa Disney.

Ma l’eccessiva magrezza era penalizzata tanto quanto il sovrappeso: la ricerca della perfezione

E allora queste bambine — e ahimè, soprattutto le bambine, perché, come sappiamo, i DCA colpiscono in prevalenza il sesso femminile; ne parlo qui — non possono ricevere un messaggio chiaro: “Ok, per amare il mio corpo devo essere magra”. No, troppo facile.

Per poterti guardare allo specchio e smettere di chiederti perché non ti piaci, non puoi semplicemente essere magra. Devi essere magra, ma in salute. O meglio, non veramente in salute: basta avere quella “magrezza tollerata” dalla società.

Disney, infatti, nel 1961 con Crudelia De Mon de “La carica dei 101” e nel 2000 con Yzma de “Le follie dell’imperatore”, mostra che anche se sei magra, troppo magra, puoi essere cattiva.

Queste due villain, ancora una volta, sono donne sole, forti, autonome e con grandi desideri. E in più sono magre, magrissime, spigolose come i loro caratteri.

Quindi il trucco non è essere magre per piacersi: è essere perfette.

Se ti chiedi ancora “Perché non mi piaccio fisicamente?”, puoi trovare un’altra risposta nell’ultima svolta della Disney.

Dal 2010 Disney cambia sceneggiatura: riscrive i personaggi e li rende ancora più complessi.

Visivamente rende ancora più difficile l’accettazione di te stessa: ecco che il villain Disney diventa bello, bellissimo.

I villain Disney degli ultimi anni, come Hans di “Frozen”, Madre Gothel di “Rapunzel” o il Re Magnifico di “Wish”, sono tutti personaggi dall’aspetto che rasenta la perfezione. Sono bellissimi, ma si rivelano crudeli e malvagi.

Quindi la bellezza non basta più: non ti piaci allo specchio perché non performi, perché non sei perfetta, perché pensi di aver “sbagliato” qualcosa nella tua quotidianità.

Ti giudichi perché non sei una principessa Disney, né fuori né dentro.

Ma sei umana.

Accettare il proprio corpo non significa rinunciare a cambiarlo

E lo so cosa stai pensando: che vedersi poco bene allo specchio può essere positivo, che magari ti sei motivata più volte nell’arco della tua vita dopo aver visto una tua foto in cui proprio non ti piacevi.

Ma cos’è successo quando questa motivazione, quella mossa dalla non accettazione di se, ti ha portato a cambiare il tuo corpo? Niente.

O meglio, prima hai perso peso magari, ma poi non ce l’hai fatta, ti sei stancata, hai ripreso tutti i chili persi.

Accettare il proprio corpo, imparare ad amarlo non significa rinunciare a cambiarlo: significa cambiare l’approccio al cambiamento. Il cambiamento può essere positivo, di cura, nato e mosso dall’amore verso il tuo corpo e te stessa.

L’accettazione del proprio corpo è la prima cosa che te lo fa davvero cambiare.

Da “non mi piaccio” a “Mi Piaccio Così”

Queste argomentazioni che oggi stai leggendo in questo articolo non sono confinate qui per un motivo, non le ho scritte nero su bianco perché ho avuto un momento di ispirazione dopo aver riguardato “Alladin” per l’ennesima volta. No.

Sono qui a parlarti dell’accettazione di te stessa, del tuo potenziale amore verso il tuo corpo inespresso perché questo sentimento combattuto della tua immagine riflessa accomuna molti.

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Articolo scritto e redatto da
Dott.ssa Alfieri Arianna, biologa nutrizionista

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