–
Tempo di lettura: 8 min'Il cibo nell’Odissea di Nolan: fame, potere e perdita del controllo
Nell’Odissea di Christopher Nolan il cibo non è mai soltanto qualcosa da mangiare. È accoglienza, ricchezza, memoria, desiderio e, in alcuni momenti, perfino uno strumento di potere.
Odisseo e i suoi uomini attraversano il mare alla ricerca della strada di casa, ma spesso si muovono anche alla ricerca di acqua, riparo e provviste. Perché “qualsiasi cosa tu stia facendo, devi fermarti e pensare a nutrirti“.
I personaggi della storia entrano nelle abitazioni degli altri, accettano ciò che viene offerto, rubano cibandosi di ciò che trovano o cedono alla fame quando non è rimasto nulla di cui cibarsi. È proprio intorno all’argomento del cibo nell’Odissea di Nolan che torna una delle domande più antiche dell’umanità: che cosa rimane delle nostre regole quando abbiamo fame, paura o bisogno di dimenticare?
Dai banchetti dei Proci al formaggio di Polifemo, dal pasto di Circe ai bovini sacri di Helios, il viaggio di Odisseo può essere letto anche attraverso il rapporto dei personaggi con il cibo.
Il mangiare come forma di potere: il banchetto dei Proci
Quando Odisseo è lontano da Itaca, i Proci si stabiliscono nel suo palazzo con l’obiettivo di convincere Penelope a scegliere un nuovo marito. Mangiano il cibo della famiglia, bevono il vino conservato nelle dispense e consumano giorno dopo giorno le risorse della casa. Nel film Penelope descrive apertamente questa invasione: i pretendenti non si limitano a corteggiarla, ma esauriscono tutto ciò che appartiene alla sua famiglia, distruggendola lentamente.
Il loro banchetto non ha nulla della convivialità: non nasce dal desiderio di condividere, festeggiare o accogliere qualcuno. È un pasto che si ripete ogni giorno senza reciprocità e senza rispetto, solo fino al suo più completo disfacimento.
Non ospiti ma invasori, non rispetto ma potere
I Proci mangiano come se Odisseo fosse già morto e come se la sua casa appartenesse già a loro: ogni animale macellato, coppa di vino bevuta e pasto consumato diventa una dimostrazione del potere che hanno acquisito con la forza.
Nel poema di Omero questa scena viene messa in contrapposizione con gli usi e costumi di chi invece chiede permesso, con delicatezza e rispetto, di prendere la mano di una donna. I Proci qui non solo non attuano queste regole di buon costume, ma con una feroce naturalezza indicativa dell’inciviltà della vicenda consumano, rubano, derubano i beni di Odisseo.
Il cibo nell’Odissea racconta così un’occupazione domestica che delapida senza eserciti o battaglie. Per impossessarsi di una casa, infatti, non sempre è necessario conquistarla con la forza. A volte basta sedersi alla sua tavola, giorno dopo giorno, e comportarsi come se il proprietario non dovesse più tornare.
Polifemo produce formaggio, ma divora gli uomini
Quando Odisseo e i suoi compagni entrano nella grotta di Polifemo, trovano greggi e grandi quantità di formaggio. La scena piò sembrare ironica, grottesca: come può un Ciclope occuparsi degli animali e produrre del formaggio? Sono attività che richiedono cura e attenzione. Eppure il dettaglio non è stato inventato da Nolan. È presente già nel racconto omerico, nel quale la grotta di Polifemo contiene latte, recipienti e formaggi ordinatamente conservati.
Nel film, quando Polifemo torna nella propria dimora, trova Odisseo e i suoi uomini intenti a consumare le sue provviste. La creatura che inizialmente sembra soltanto un pastore isolato si trasforma allora in una presenza terrificante e divora alcuni degli invasori.
La scena così ribalta i ruoli
Da una parte c’è Polifemo, il mostro che mangia esseri umani. Dall’altra ci sono uomini entrati senza permesso in casa altrui, che hanno acceso il fuoco e iniziato a mangiare ciò che hanno trovato.
Com’è ovvio che sia, la violazione di Odisseo non è paragonabile alla violenza del Ciclope. Ma in questa scena Nolan lascia emergere un qualcosa che, seppur non palese, si manifesta con imponenza: Polifemo viene definito dagli umani “selvaggio” ma nel film è presente una componente di cura verso gli animali, produzione di formaggio, attenzione alla conservazione.
Quindi, chi è l’ospite e chi l’invasore? Chi è la vittima e chi il reo?
Nuovamente il cibo nell’Odissea ci racconta qualcosa che va oltre il ruolo del semplice nutrire.
La tavola di Circe: quando il cibo nell’Odissea spegne la parte razionale
Andando avanti con il film ecco che arriva uno dei momenti più simbolicamente forti, il più famoso anche, riprodotto persino in cartoni animati infantili come “Pollon”: gli uomini di Odisseo arrivano da Circe affamati e alla ricerca di qualcosa che li sfami. La maga offre loro un pasto preparato con erbe capaci di trasformarli in maiali.
La costruzione di questa scena ricorda quella di un film horror: gli uomini mangiano sempre più voracemente, mentre il loro comportamento e il loro corpo iniziano a mutare. La trasformazione non avviene lontano dalla tavola: comincia proprio durante il pasto, e questo non è un caso.
Il cibo di Circe non nutre, manipola. All’apparenza rappresenta una risposta alla fame degli uomini; in realtà è una trappola attraverso la quale la maga prende il controllo dei suoi ospiti.
La scena potrebbe essere interpretata superficialmente come una condanna dell’appetito, ricordando un po’ la chiave di lettura dell’Inferno dantesco: gli uomini mangiano con avidità e per questo vengono trasformati in animali.
Il cibo nell’Odissea e il paragone con i disturbi del comportamento alimentare
Ma il suo significato è più interessante: gli uomini non perdono la propria umanità perché hanno fame, e nemmeno perché hanno mangiato. Loro perdono la loro umanità perché lasciano spazio a tutto quello che è irrazionale: si affidano completamente a chi controlla il pasto. In questo caso Circe, ma non è sempre una maga quella che detiene il controllo.
Si tratta di una rappresentazione simbolica, non di una spiegazione scientifica del comportamento alimentare. Il film usa però una sensazione che conosciamo bene: quella di mangiare senza essere realmente presenti, accorgendoci solo dopo di aver perso il contatto con la fame, la sazietà o le nostre intenzioni iniziali. Quando finiamo il pasto, l’abbuffata, l’evento di perdita parziale dei sensi e ci ritroviamo con il dirci “ma cos’ho fatto?”
La tavola di Circe in questo excursus sul cibo nell’Odissea non ci dice che provare appetito o fame sia sbagliato. Ci ricorda piuttosto quanto il rapporto con il cibo possa cambiare quando smettiamo di essere protagonisti delle nostre scelte.
I bovini sacri: cosa siamo disposti a fare quando abbiamo fame?
Odisseo e il suo equipaggio sanno che i bovini di Helios non devono essere toccati: sono animali sacri e il divieto è stato comunicato con chiarezza. Eppure gli uomini sono stanchi, bloccati e sempre più affamati. Quando le loro provviste terminano, la promessa di non avvicinarsi agli animali diventa progressivamente più difficile da mantenere.
Nel film, come nel poema, la decisione di uccidere e mangiare i bovini conduce alla rovina dell’equipaggio. Gli uomini ottengono un sollievo immediato dalla fame, ma pagano quella scelta con la distruzione della nave e la perdita della vita.
Potremmo leggere l’episodio come una semplice lezione sull’autocontrollo: gli uomini conoscevano le conseguenze e avrebbero dovuto resistere. Una chiave di lettura che nella storia abbiamo visto più volte, come la mela di Adamo ed Eva. La verità è che sarebbe una lettura incompleta.
La chiave di lettura: la restrizione alimentare
Il loro non è un desiderio improvviso o un capriccio ma una fame cresciuta durante un viaggio estenuante, in una condizione in cui il cibo non è disponibile e non esistono alternative sicure.
La ricerca sugli effetti della restrizione alimentare mostra che una privazione importante può aumentare la preoccupazione per il cibo, la distraibilità e la reattività emotiva. Questo non significa che ogni comportamento debba essere giustificato dalla fame, ma aiuta a comprendere perché la forza di volontà non possa essere considerata una risorsa infinita, un qualcosa su cui fare affidamento.
La condizione estrema degli uomini di Odisseo non può essere paragonata alla normale esperienza di una dieta: eppure la scena contiene una riflessione ancora attuale; più a lungo ignoriamo la fame e trasformiamo il cibo in qualcosa di proibito, più quel cibo rischia di occupare i nostri pensieri.
L’episodio dei bovini sacri non parla soltanto della trasgressione di un divieto: parla del momento in cui la necessità del corpo entra in conflitto con le regole imposte dall’esterno, regole a volte senza senso.
Il loto di Calipso: il cibo nell’Odissea che consola fino a farti dimenticare
Nel film di Nolan, Calipso somministra a Odisseo il loto per indebolire i suoi ricordi e tenerlo in una condizione di torpore. Questa scena rappresenta una modifica notevole del poema originale. Infatti nell’opera di Omero l’incontro con i mangiatori di loto è un episodio separato, mentre Nolan unisce il fiore alla permanenza di Odisseo sull’isola di Calipso.
Il loto non sazia una fame fisica ma riduce, anestetizza, la sofferenza legata alla memoria. E così Odisseo dimentica progressivamente la guerra, il viaggio, Penelope e il desiderio di tornare a casa. Calipso presenta quella perdita di memoria quasi come una forma di cura: dimenticare permetterebbe all’eroe di non soffrire più.
Il sollievo, però, ha un prezzo: infatti per non provare dolore, Odisseo rischia di perdere anche ciò che dà un significato alla sua vita.
Il loto diventa quindi la metafora di tutto ciò che offre conforto immediato ma, se utilizzato per evitare costantemente le emozioni, può allontanarci dai nostri bisogni più profondi.
Il loto paragonabile al conforto legato al cibo
Il collegamento con il cosiddetto comfort food deve essere fatto con cautela: cercare consolazione nel cibo è un comportamento umano e non rappresenta automaticamente un problema. Il cibo è legato ai ricordi, alla famiglia, alle feste e alla sensazione di essere al sicuro. L’alimentazione emotiva è inoltre un fenomeno complesso, influenzato da molteplici fattori individuali e ambientali: non può essere ridotta alla semplice idea di “mancanza di controllo” o “mangio per spegnere i pensieri”.
La domanda utile non è quindi: «Perché cerco conforto nel cibo?». Potrebbe essere invece: «Questo è uno dei modi attraverso cui mi prendo cura di me oppure è diventato l’unico modo che conosco per non sentire quello che provo?».
Calipso non offre a Odisseo un semplice momento di piacere. Gli offre la possibilità di dimenticare i problemi, perdendo però anche se stesso.
Sedersi a tavola significava riconoscersi come esseri umani
Il cibo nell’Odissea se offerto ad uno sconosciuto non è solo simbolo di cortesia e gentilezza, ma un atto che va oltre: è una regola sociale e religiosa. La xenía, cioè il rapporto di ospitalità tra chi accoglie e chi viene accolto, stabiliva che lo straniero dovesse ricevere cibo, bevande e riposo prima ancora di essere interrogato sulla propria identità o sul motivo del viaggio.
Il bisogno umano viene prima di quello sociale.
Nolan utilizza questo codice come uno dei fili morali del film. I personaggi possono rispettarlo, ignorarlo oppure capovolgerlo completamente: vediamo i Proci che si comportano da ospiti, ma consumano la casa che dovrebbe accoglierli. Odisseo pretende ospitalità da Polifemo, dopo essere entrato nella sua grotta e aver mangiato le sue provviste come un ladro. Circe offre un pasto, conforto, risoluzione di una fame logorante, ma lo utilizza per controllare chi si è affidato a lei.
Il cibo nell’Odissea diventa il luogo in cui si misura la civiltà di ogni personaggio
Non è importante soltanto che cosa viene servito, il cibo è il protagonista ma non l’unico: conta chi ha preparato quell’alimento, chi ha il diritto di mangiarlo, se viene offerto liberamente e se chi lo riceve rispetta la persona che lo ha accolto.
Il cibo può unire due sconosciuti, ma può anche mostrare una relazione di potere. Può essere donato, rubato, negato o utilizzato per ingannare.
È forse questa l’idea più attuale che emerge dal film: mangiare non è mai un gesto completamente isolato.
Il vero viaggio di Odisseo passa anche dalla tavola
Nell’Odissea di Nolan il cibo accoglie e tradisce, consola e fa dimenticare, salva dalla fame e può condurre alla rovina.
I Proci mangiano per confermare il loro potere. Polifemo produce cibo, ma divora i propri ospiti. Circe usa un pasto per sottrarre agli uomini la loro identità. L’equipaggio infrange un divieto quando la fame diventa insostenibile. Calipso offre a Odisseo qualcosa che può cancellare il dolore insieme ai ricordi.
Non si tratta quindi di distinguere semplicemente tra chi mangia “bene” e chi mangia “male”. Il film ci mostra che il comportamento alimentare cambia in base al contesto, alla disponibilità di cibo, alle emozioni e alle relazioni con gli altri.
Ed è forse questa la riflessione più importante anche per la vita quotidiana: il cibo non dovrebbe diventare una prova morale, una lotta continua o il metro attraverso cui stabilire quanto siamo stati bravi.
Un’alimentazione equilibrata non richiede di comportarsi come eroi capaci di ignorare qualsiasi fame o desiderio. Richiede piuttosto regolarità, ascolto, consapevolezza e un percorso sostenibile, nel quale il cibo possa tornare a essere ciò che dovrebbe essere: nutrimento, piacere e condivisione, non un nemico da sconfiggere.
La dieta come prova di coraggio
Questo film fa riflettere proprio su questo: il cibo ha sempre un retroscena, una forza di volontà con cui lottare contro la fame, la voglia di un alimento specifico, il conforto che potrebbe darci.
Ma la nostra vita alimentare non dovrebbe essere così: dovremmo mangiare con serenità, per alimentarci con benessere, per dare al nostro corpo i nutrimenti che servono e alla mente anche quel piacere che ci permette di goderne.
Ogni dieta fallita oggi rappresenta che la forza di volontà ha ceduto, che non è stata così vigorosa come serviva.
Ma la dieta, la nutrizione, non deve essere così.
Mi Piace Così vuole evitare proprio questo offrendo conforto, serenità, possibilità di poter finalmente ascoltare il proprio corpo: un corpo che non è sbagliato perché sente la fame, che non è meritevole di amore solo se magro, un corpo che merita rispetto e cura.
Articolo scritto e redatto da:
Dott.ssa Alfieri Arianna, biologa nutrizionista









