–
Tempo di lettura: 12 min'Skinny culture 2026: perché siamo tornati a parlare di magrezza estrema?
Con “skinny culture” si intende quella cultura che idealizza e valorizza la magrezza come modello estetico desiderabile, associandola spesso, più o meno esplicitamente, a bellezza, successo, disciplina e controllo. Il risultato però non cambia.1
La Skinny culture oggi è un ritorno al passato con un linguaggio differente: da “bikini body” a “size zero”, da “fit” a “wellness e Pilates”. Avevi imparato ad accettare il tuo corpo con il movimento della “body positivity” dell’inizio del 2026 e da qualche settimana invece vediamo online donne con un fisico cambiato e giudicato: Ariana Grande, Jenna Ortega, Kate Beckinsale e persino il pancione di Anne Hathaway.
Tutte donne, tutte al centro di un mirino giudicante di corpi che non sono liberi di essere.
Vogue lo esprime con delle parole semplici ma efficaci:
“The Body Police Are Back” – La polizia dei corpi è tornata.
Ma perché siamo tornati a guardare i corpi, a giudicarli, a sentirci autorizzati a sindacarne il loro stato? Per rispondere a questa domanda dobbiamo seguire le orme di Marty McFly e Doc Brown, salire sulla loro iconica DeLorean e fare un viaggio nel tempo. Solo così possiamo tornare alle origini di un fenomeno che, tra alti e bassi, continua a riaffacciarsi nella cultura contemporanea.
Prima della skinny culture: quando il corpo diventa qualcosa da “costruire”
Il corpo, a un certo punto della storia, smette di essere soltanto un insieme di arti, organi, desideri e sentimenti. Non è più semplicemente la casa dell’anima, il mezzo che ci permette di muoverci, vivere, amare e generare vita. Diventa invece materia da plasmare. Come il blocco di marmo da cui Michelangelo fece emergere il suo David, il corpo viene percepito come qualcosa da scolpire fino a raggiungere una forma ideale. Con una differenza fondamentale: non è lo scalpello di un artista a intervenire, ma le nostre scelte, le rinunce, le regole che ci imponiamo. Il corpo deve essere modellato, corretto, disciplinato. E quando questa idea si afferma, cambia tutto: l’aspetto fisico non è più solo una caratteristica, ma diventa un progetto, un obiettivo, talvolta persino un dovere.
Anni ’80: Jane Fonda e il seme della skynny culture
Quando sentiamo la parola aerobica ci viene subito in mente Jane Fonda con i suoi coloratissimi scaldamuscoli. Ma questo termine non nasce con l’attività fisica domestica. Il metabolismo aerobico è l’insieme di reazioni biochimiche attraverso cui le cellule producono energia utilizzando l’ossigeno.
Ma negli anni ’70 il medico Kenneth Cooper trasformò questo concetto in un metodo di allenamento che conosciamo tutt’oggi ma che venne inizialmente pensato per l’Aeronautica militare.
Da qui il corpo iniziò ad essere visto come quel blocco di marmo da modellare.
Si presentava l’occasione di usare lo sport per migliorare la salute e il benessere. Ma l’attenzione si spostò presto altrove. Quel blocco di marmo che era il corpo non doveva più semplicemente essere mantenuto in buono stato: doveva essere scolpito. Più tonico, più magro, più vicino a un ideale di perfezione. La disciplina e l’allenamento divennero gli strumenti con cui modellarlo, trasformando il fitness in qualcosa che andava ben oltre la salute.
Si piantò il semino che portò all’attuale Skinny culture.
Anni ’90: Kate Moss e l’heroin chic
Se negli anni ’70-’80 venne piantato il semino, i primi germogli nacquero ne decennio successivo.
E’ in arrivo la prima ondata della skinny culture, chiamata heroin chic: un nome che intrinsecamente comunicava non solo il modello estetico ma anche quanto costasse raggiungerlo.
Questa corrente nasce negli anni ’90, con Kate Moss come rappresentazione del fisico desiderabile, e celebrava corpi estremamente magri, pallidi e esteticamente fragili. Un’assoluta opposizione al culto fitness dei decenni precedenti.
Questi corpi che dovevano necessariamente apparire “piccoli” (seno, gambe, vita) erano trasmessi in TV, nelle pubblicità, nelle riviste di moda.
Accessibili a tutti, ma non costantemente presenti nella nostra quotidianità come avviene oggi.
Anni 2000: la “size zero” diventa cultura pop
Negli anni 2000, dopo aver superato il millennial bug, ci ritroviamo con un qualcosa che non funziona davvero: la notizia.
La notizia, il gossip, lo scandalo negli anni ’00 non è solo un matrimonio, un tradimento o l’acquisizione di una multinazionale.
A fare scandolo sono i chili presi da una modella, quelli persi da una cantante, il fisico post-gravidanza della top-model: il peso delle celebrità diventa il protagonista indiscusso di notiziari e riviste. Se il primo semino piantato era verso la cultura del controllo del corpo, negli anni ’00 viene piantato quello che poi vedremo con Instagram e Facebook.
Ma in questo decennio succedono altre due cose:
Le diete fanno notizia: quella di Paris Hilton o Britney Spears. Oggi lo chiamiamo “quello che mangio in un giorno”, il vlog sui social della modella o personal trainer. Ieri era la dieta delle lecca lecca che veniva pubblicata su un qualsiasi giornale da parrucchieria.
I corpi sono esposti, anche da vestiti: crop top cortissimi, gonne inguinali e pantaloni a vita bassissima. I nostalgici di The O.C lo hanno visto con Marissa Cooper. Il tuo corpo doveva adattarsi alla moda, perché quella moda non perdonava.
La skinny culture iniziava a mostrare i suoi primi effetti. All’inizio degli anni 2000, infatti, gli studi epidemiologici indicavano che, rispetto alla fine degli anni Ottanta, i casi di bulimia nervosa erano triplicati. Sebbene i disturbi del comportamento alimentare abbiano origini complesse e multifattoriali, è difficile ignorare il ruolo svolto da modelli estetici fondati sulla magrezza estrema, che hanno contribuito a rafforzare aspettative e pressioni sociali legate al corpo.
2010-2013: Tumblr e l’ascesa del culto della magrezza estrema
Se fino agli anni 2000 il culto della magrezza estrema poteva dilagarsi solo su TV e riviste, in momenti circoscritti della giornata, dai 2010 con l’avvento dei primi social la Skinny culture inizierà, in modo capillare, ad intrufolarsi in ogni momento della quotidianità.
Ma, come se l’avvento dei social come vettore per il culto del corpo perfetto non bastasse ad aggravare un’ossessione verso l’estrema magrezza, a peggiore il tutto arriva un elenco da rispettare: spazio tra le gambe, clavicole sporgenti, addome piatto e ossa del bacino visibili. Non basta più avere un corpo magro. Adesso ogni singola parte del corpo deve rispettare determinati standard.
Si alza l’asticella, si alza la difficoltà a seguire questi standard e aumentano i problemi.
2012-2017: “Strong is the new skinny”. Ma eravamo davvero usciti dalla skinny culture?
Da nutrizionista vedo ripetersi frequentemente un fenomeno: una paziente guarisce da un DCA imbattendosene in un altro.
Da anoressia nervosa a ortoressia. Da binge eating desorder a vigoressia.
Cambia nome, cambia il sintomo, ma la problematica resta: controllo del corpo e del cibo.
E in questi anni, una parentesi impattante quella che va tra il 2012 e il 2017, si manifesta sui social proprio quello che io vedo nella piccola nicchia di uno studio: il passaggio da un DCA ad un altro.
Zuzka Light: allenati forte, allenati velocemente
L’asticella si alza ancora: quelle che prima erano le videocassette con Jane Fonda nel 2012 sono i video su youtube, quello che prima era un allenamento aerobico ora diventa un allenamento veloce, massacrante, che devi farcela altrimenti non ti sei impegnata abbastanza.
Hiit scoppiacuore, burpees infiniti, circuiti massacranti e serie di addominali che storpiano le parole di Muhammad Ali:
“Non conto gli addominali che faccio, comincio a contare solo quando iniziano a farmi male, perché sono gli unici che contano davvero”.
Inizia la mentalità che valuta come vero allenamento quello che fa soffrire, quello che ti fa superare tutti i limiti: l’asticella si alza ancora e la Skinny culture muta ancora. Il corpo non deve essere solo magro, deve essere anche tonico e forte.
Poi arriva Kayla Itsines e nasce la Fit Girl: lotta alla skinny culture?
E qui, con l’avvento di Kayla succede qualcosa di incredibile: i corpi belli, bellissimi, non erano solamente quelli da rivista.
Il corpo più bello non lo possedeva l’angelo di Victoria Secret e nemmeno la modella Versace: il corpo perfetto, quello che doveva diventare il tuo esempio, la tua motivazione era quello di Sara, Carmela, Anita o Francesca.
I post sui social erano continui: Maria Week 1 – Week 12
Perché Kayla non vendeva un allenamento di 12 settimana: vendeva la speranza.
“Se ci è riuscita lei, posso riuscirci anche io”
Cambia il testimonial, non il messaggio: devi raggiungere quel fisico, perché quello è un fisico magro, tonico, sano.
E no, la scusa del “ma le modelle lo fanno per lavoro” con Kayla non esiste più.
2016-2020: finalmente arriva la Body Positivity
Con l’arrivo degli anni 2010 qualcosa sembra cambiare.
Ashley Graham conquista le copertine delle riviste, sui social compaiono cellulite, smagliature e corpi post-partum mostrati senza filtri.
Per la prima volta dopo decenni, il modello della magrezza estrema viene apertamente contestato. Si diffonde l’idea che la bellezza non debba avere una sola forma e che non tutte le donne debbano inseguire lo stesso corpo.
Per un momento sembra davvero possibile costruire un immaginario più inclusivo, capace di accogliere differenze fino a quel momento nascoste o corrette.
Ma questa tregua dura meno del previsto. Perché mentre un ideale viene messo in discussione, un altro sta già prendendo forma.
L’era Kardashian: non devi più essere magrissima… ma la vita sì
Perché anche nella body positivity ritroviamo, purtroppo, la skinny culture: cambia solo il modo in cui il corpo deve apparire.
Non più magro nella sua interezza, ma proprio come negli anni 2010 ogni parte del corpo deve seguire un canone: la vita sottile ma un bel sedere sodo, le gambe formose ma non troppo, le braccia sottili e il seno prosperoso.
Non c’è più l’allenamento per lo spazio tra le gambe ma “quello che fa crescere il volume dei glutei”.
Quindi il fisico magro non è più un canone comune, può essere più voluminoso, ma solo in alcuni punti: vita sottile, pancia piatta, il volume solo in glutei e seno.
E’ davvero la body positivity quella che viene presentata oppure è solo che la skinny culture ha cambiato modo di manifestarsi?
Forse il problema non è quale corpo sia di moda. È che continuiamo a permettere che un corpo faccia moda.
COVID ERA: il corpo sembra smettere di essere un progetto
Complice la pandemia o forse solo la voglia di prendere “fiato” da queste culti estremamente disfunzionali, durante il biennio 2020-2022 sembra che la body positivity abbia finalmente superato nella corsa al modello corporeo migliore la cultura dell’estrema magrezza.
Viene palesata la voglia di accettare il proprio corpo, nasce la necessità di volersi bene e del darsi una tregua.
Si inizia finalmente a parlare di alimentazione intuitiva mettendo un freno a tutte le app conta calorie che no, non sostituiscono un nutrizionista.
Il ritorno di Marissa Cooper: il ruolo della skinny culture
Poi però come Camihawke ha voluto ironizzare in sui video in cui chiamava la “polizia della moda”, ecco che tornano negli armadi i jeans a vita bassa, forse, proprio per citare Camilla Boniardi, Marissa Cooper ha hackerato i sistemi della moda.
Il punto è che abbiamo riportato nell’armadio i pantaloni di vent’anni fa. Insieme ai pantaloni, forse abbiamo riportato anche qualcosa dell’ideale corporeo necessario per indossarli.
Nel 2025 TikTok dovette fare un’azione che ricorda quello di Instagram di alcuni anni fa: ha dovuto bloccare un hashtag, quello che promuoveva la SkynnyTok.
Nel 2025 è cambiato anche qualcos’altro rispetto alla promozione dell’estrema magrezza nel 2010: non sei tu che cerchi i modelli della skinny culture, oggi è l’algoritmo che cerca te.
Skinny culture 2026: la magrezza estrema è tornata, ma oggi si chiama wellness
Ed eccoci alla risposta contenuta nel titolo di questo articolo.
La skinny culture non è tornata con gli stessi abiti degli anni Novanta. Non sfila più sulle passerelle accompagnata dall’estetica heroin chic, né si presenta apertamente come un invito a dimagrire a tutti i costi. Oggi parla un linguaggio diverso. Più morbido, più rassicurante, più difficile da contestare.
Si chiama wellness.
L’estetica dominante degli ultimi anni è un mosaico di immagini e abitudini apparentemente positive: lezioni di Pilates e Reformer, diecimila passi al giorno, matcha latte, frullati proteici, skincare meticolose, morning routine perfettamente organizzate, completi athleisure color crema, cultura della clean girl e mantra sul self-care.
Presa singolarmente, nessuna di queste pratiche è problematica. Anzi, molte possono contribuire concretamente al benessere fisico e mentale.
Il punto, però, non è l’abitudine. Il punto è la rappresentazione.
La magrezza non è più l’obiettivo, diventa la prova
Perché quando apriamo Instagram o TikTok, osserviamo che queste pratiche vengono raccontate quasi sempre attraverso lo stesso tipo di corpo: giovane, tonico, privo di imperfezioni e soprattutto molto magro. Un corpo che non viene più presentato come il risultato di una dieta restrittiva, ma come la conseguenza naturale di uno stile di vita sano, disciplinato e consapevole.
È qui che avviene il cambiamento più interessante. La magrezza non viene più venduta come obiettivo. Viene mostrata come prova. La prova che stai facendo tutto nel modo giusto.
Ed ecco il nuovo ideale: non essere magra per essere bella, ma essere abbastanza wellness perché la magrezza appaia come un effetto collaterale del tuo benessere. E proprio per questo, forse, la skinny culture del 2026 è molto più difficile da riconoscere di quella che l’ha preceduta.
Nell’iconico film Barbie del 2023 America Ferrera nel suo monologo sotto le vesti di Gloria lo esplica alla perfezione:
Devi essere magra ma non troppo magra.
Non puoi mai dire che vuoi essere magra, devi dire che vuoi essere sana ma devi comunque essere magra.
Nel 2015 dovevi mostrare quanto lavoravi per il tuo corpo. Nel 2026 il corpo ideale deve sembrare quasi naturale.
Perché nel 2026 sentiamo di nuovo il diritto di discutere il corpo delle celebrity?
Nell’agosto 2026 Jenna Ortega è diventata oggetto di migliaia di commenti dopo un’intervista. Sui social e nei media si sono moltiplicate analisi, supposizioni e confronti con immagini del passato. Eppure non esiste alcuna dichiarazione dell’attrice che permetta di collegare il suo aspetto fisico a problemi di alimentazione o di salute.
Il caso di Ariana Grande è ancora più emblematico.
Già nel 2023 la cantante aveva chiesto pubblicamente di smettere di commentare il corpo delle persone, ricordando quanto sia impossibile sapere, osservando qualcuno dall’esterno, cosa significhi davvero essere sani, malati, felici o in difficoltà.
Eppure, nell’estate del 2026, il suo corpo è tornato al centro della conversazione. Articoli, video, post e discussioni hanno riproposto la stessa domanda sotto forme diverse: sta bene? è troppo magra? dovremmo preoccuparci?
Ma forse il punto non è Ariana Grande.
Il punto è che ci stiamo abituando di nuovo a considerare il corpo femminile come uno spazio pubblico, qualcosa che può essere osservato, interpretato e discusso collettivamente. Come se bastasse una fotografia per formulare una diagnosi. Come se l’aspetto fisico fosse un’informazione a disposizione di chiunque.
Il paradosso della wellness era
Diciamo di voler proteggere la salute mentale, combattiamo il body shaming e parliamo sempre più spesso di accettazione del corpo. Eppure continuiamo a monitorare ogni variazione di peso delle celebrity con la stessa attenzione con cui, vent’anni fa, sfogliavamo le riviste di gossip.
La domanda, allora, non è quanto pesino Ariana Grande o Jenna Ortega.
La domanda è un’altra:
Quando commentare un corpo significa davvero preoccuparsi per qualcuno, e quando invece significa semplicemente sorvegliarlo?
Perché la distanza tra le due cose è molto più sottile di quanto vorremmo ammettere.
Non è soltanto una sensazione: i corpi sulle passerelle stanno realmente diventando meno diversi
Il ritorno della magrezza non è soltanto una percezione alimentata dai social. Basta guardare alle passerelle. Durante le Fashion Week Fall/Winter 2026, Vogue Business ha analizzato 7.817 look e ha comparato i dati con quelli di 3 anni prima: dal FW23 al FW26 la presenza straight-size è passata dal 95,6% al 97,6%, mentre quella mid-size è scesa dal 3,8% al 2,1% e quella plus-size dallo 0,6% allo 0,3%.
Numeri piccoli, ma un segnale molto chiaro: mentre per anni abbiamo parlato di inclusività, rappresentazione e pluralità dei corpi, sulle passerelle lo spazio riservato alle fisicità diverse si è nuovamente ristretto.
L’immagine del corpo femminile proposta dalla moda sta tornando a essere sempre più uniforme e sottile.
E quando un solo tipo di corpo torna a occupare quasi tutto lo spazio visivo, il rischio è che smetta di sembrare semplicemente uno dei tanti corpi possibili e ricominci, lentamente, a essere percepito come quello giusto.
Ma voler dimagrire significa essere vittime della skinny culture?
Il problema quindi non sono Ariana Grande, Zuzka Light o Jane Fonda: il problema è quando il voler dimagrire per se stessi, la propria salute, la lotta alle malattie cardiovascolari viene usato come scusa, come alibi, quando in realtà si vuole tentare di far rientrare il proprio corpo nel tende del momento.
La salute va oltre il concetto di magrezza.
Ed è per questo concetto che ogni giorno Mi Piace Così promuove che nel giugno 2026 l’azienda viene designata come Paladino Italiano della Salute.
Magrezza non è sinonimo di salute, sovrappeso non è sinonimo di malattia: il concetto è più complesso di così e merita attenzione e cura da parte di professionisti della salute che vanno ben oltre i canoni estetici del momento.
I corpi di moda cambiano più velocemente del corpo umano
Heroin chic → Size zero → Thigh gap → Bikini body → Slim thick → Body positivity → Pilates body
Tutta queste mutevolezze dei canoni estetici nel giro di 30 anni.
E se durante l’epoca dell’heroin chic avevi vent’anni, significa che oggi, quando ci viene proposto il pilates body come ideale da raggiungere, ne hai quasi cinquanta.
Il corpo che avresti dovuto desiderare ed avere quando avevi 20 anni non è lo stesso corpo che devi desiderare e avere oggi che ne hai 50. E questo è ragionevole.
Perde però il senno quando questi cambiamenti estetici non tengono conto degli anni che passano.
A 50 il tuo corpo può essere magro, in salute, forte e atletico: ma non può essere magro, in salute, forte e atletico come un corpo di 20 anni.
Perché dopo i 50 cambiano tante cose: ormoni, massa muscolare, stanchezze di vita, distribuzione dell’adipe, anni vissuti e lotte vinte.
Il corpo ideale a 50 anni esiste: ed è il corpo che puoi avere mantenendo uno stile di vita sano, equilibrato e sostenibile nel tempo per te.
Mi Piace Così si approccia in questo modo alla salute di chi decide di perdere peso e ritrovare un benessere perduto nel tempo: piatti ispirati alla dieta mediterranea, supporto nutrizionale con professionisti della salute, ricerca e prevenzione.
Forse il corpo perfetto del 2026 sarà fuori moda nel 2030
Ariana Grande e Jenna Ortega oggi vengono osservate, commentate, giudicate. Kayla Itsines, Kate Moss e Kim Kardashian, invece, appartengono a momenti diversi della nostra storia recente e hanno finito, ciascuna a modo proprio, per rappresentare un ideale corporeo preciso.
Ma è proprio questo il punto: quello che chiamiamo “corpo ideale” cambia con una velocità sorprendente.
Negli anni Novanta la chiamavamo heroin chic. Negli anni Duemila size zero. Dieci anni dopo bikini body. Oggi parliamo di Pilates body, wellness, fisici asciutti, tonici, apparentemente naturali e senza sforzo.
Le parole cambiano, i trend cambiano, le silhouette considerate desiderabili cambiano. I nostri corpi, invece, non possono e non devono inseguire ogni nuova moda.
E forse è proprio qui che nasce il vero problema della skinny culture del 2026: non tanto nel fatto che esistano donne magre, toniche, curvy o muscolose, ma nel momento in cui iniziamo di nuovo a trattare un certo tipo di corpo come quello giusto e tutti gli altri come qualcosa da correggere.
Per questo Ariana Grande e Jenna Ortega non dovrebbero interessarci per quanto siano magre. Dovrebbe interessarci il fatto che siamo tornati a guardarle così attentamente, a discuterne l’aspetto, a domandarci se il loro corpo sia abbastanza sano, abbastanza femminile, abbastanza conforme a ciò che ci aspettiamo.
In fondo, il corpo perfetto del 2026 potrebbe essere già fuori moda nel 2030.
Forse la vera rivoluzione non consiste nel trovare il prossimo corpo ideale, ma nello smettere di pensare che debba esisterne uno.
Articolo scritto e redatto da:
Dott.ssa Alfieri Arianna, biologa nutrizionista









